“Blade Runner: The Final Cut”
Sinossi: In un futuro dove una megacorporazione come la Tyrell produce replicanti “più umani degli esseri umani”, cinque loro creazioni sfuggono ai lavori sulle colonie “Extra Mondo” (Off-World) e tentano di trovare rifugio e risposte sulla Terra, dove ad attenderli c’è un’unità speciale della polizia incaricata di uccidere qualsiasi aneroide calpesti il suolo terrestre; ad occuparsi del loro “ritiro” Rick Deckard, il miglior cacciatore dell’unità Blade Runner…
Commento: All’inizio ero indeciso se mettere in questo spazio soltanto dei puntini di sospensione per palesare il fatto che per questo film non c’è bisogno di parole (ma, soprattutto, non basterebbero), oppure un semplice ed evidente “STUPENDO” a caratteri cubitali che non lasciasse adito a critiche di sorta, ma poi ho deciso che valeva la pena far sapere, attraverso una minima analisi della pellicola, cosa ci si può aspettare da questo film e perché bisogna andare a vederlo anche se non si adora il genere cyberpunk.
Eviterò di parlare del cast perché per un film del 1982 non ce ne dovrebbe essere bisogno, mi limiterò a trascriverlo senza troppi collegamenti: Rick Deckard (Harrison Ford), Roy Batty (Rutger Hauer), Rachael (Sean Young), Gaff (Edward James “Cmd Adama” Olmos) e Pris (Daryl Hannah), per gli altri vi rimando ad IMDB.
Per prima cosa, cominciamo con la classificazione: come ho scritto poco più su, questo film fa parte di quel genere della fantascienza chiamato cyberpunk; per quale motivo assegnare un sottogenere ad una categoria ben nota? Perché a dispetto di quello che la gente pensa, la produzione artistica di fantasia non è divisibile in fantasy e fantascienza, poiché per entrambe esistono sfaccettature ed antologie così chiaramente distinguibili da essere ormai riconosciute come categorie a sé stanti; in particolare il cyberpunk è un genere di opera di fantasia dove in un ambientazione futuristica e particolarmente sviluppata dal punto di vista industriale, le persone subiscono una estraniazione da qualsiasi contesto etico, morale e sociale, e si ritrovano a vivere delle “non esistenze” all’interno di società e culture alienanti e claustrofobiche.
In questa ottica, le megalopoli create dall’uomo diventano centri abitati dove, nonostante l’evidente sovrappopolazione, ogni persona è un’isola; si perde in qualche modo il concetto di identità e coscienza e ci si spinge avanti, per le strade dove i veicoli restano bloccati dalla fiumana di persone che gira a piedi per vie e vicoli pieni di individui che sembrano vivere un’esistenza senza scopo concreto, giù negli abissi d’acciaio dei grattacieli di una città del futuro dove anche affacciandoti dalla finestra dell’attico di uno dei palazzi più alti non riesci a vedere l’orizzonte, appannato, nascosto e coperto dalla sempre presente nebbia industriale dei fumi delle fabbriche e di tutti gli altri agenti inquinanti, praticamente in gabbia anche laddove normalmente dovresti sentirti libero e senza confini.
Ma torniamo alla pellicola: il restauro è a dir poco eccezionale; guardando il film si capisce di trovarsi di fronte ad una produzione degli anni 80 solo perché gli effetti speciali non sono quelli che si possono realizzare al giorno d’oggi, perché per il resto la pulizia del negativo è così impressionante da far pensare che il film possa essere stato girato con l’intenzione di proiettarlo in Imax (personalmente mi ha fatto venire una voglia matta di comprare TV FullHD e lettore BluRay solo per poterlo apprezzare con la qualità che le tecnologie audiovisive di oggi ci mettono a disposizione). Sapendo di trovarsi di fronte ad un film dell’82 è impressionante vedere come la fotografia sia “praticamente” libera da rumori e quindi l’occhio possa godere di un’immagine qualitativamente strabiliante. Il rovescio della medaglia di questa ricerca della perfezione visiva è l’evidente risalto degli artifici grafici usati durante la produzione originale del film che risultano evidenti quando si presentano, come in molte scene di inquadratura delle aeromobili della polizia, ma per uno che usa l’emulatore del C64 per godersi vecchi giochi d’infanzia, queste piccole manifestazioni hanno più un effetto di caldo abbraccio nostalgico che di frigido distacco tecno-evolutivo.
La scenografia ed i costumi, molto più della fotografia, meritano una menzione particolare, soprattutto considerando che poche persone possono capire l’importanza delle scelte operate dagli autori per un film di questo genere: mentre ad un occhio inesperto le ambientazioni possono sembrare semplicemente cupe ed alienanti, agli amanti del genere farà piacere poter “sentire” in ogni dettaglio quel poco del genere cyberpunk che tutti si immaginano leggendo questo genere di letteratura; quello che “Johnny Mnemonic” non è stato in grado di riprodurre è stato proprio l’ambiente.
È incredibile come l’uso sapiente di “complementi” ci possa fornire un’idea chiara della futura morale umana: l’architettura riscopre la cultura gotica, ornando i palazzi con doccioni dalle fattezze grottesche quanto i costumi di chi li abita (ed è interessante il richiamo ad un tipo di architettura e cultura che, odiernamente, serve per demonizzare il costume della civiltà moderna e rispecchiare l’oscurità dell’animo umano); ogni complesso, nella sua immensità, risulta essere quasi completamente abbandonato, cadente, marcescente, quasi a rispecchiare la corruzione dell’animo delle persone che vi abitano, ogni palazzo è vittima delle intemperie come l’uomo del futuro lo è della società che lo circonda e che gli piove addosso senza preoccuparsi della sua salvaguardia, interessata a mantenere vivo solo il proprio “organismo” a discapito del singolo individuo che la compone; il tempo atmosferico è costantemente piovoso o comunque imprevedibile, anch’esso addendo di questa equazione della pateticità umana; le strade brulicano di persone che vivono ai margini di un’esistenza misera, sono piene di sporcizia e nessuno se ne preoccupa o resta interdetto da questa presenza. Questi e molti altri piccoli particolari rendono l’atmosfera impareggiabile dal punto di vista cyberpunk.
Il film si mantiene molto simile alla sceneggiatura del precedente “Director’s Cut”, con tanto di finale interrogativo (per non dire palese) sull’umanità di Deckard; il rilevamento degli “innesti” di questa nuovo taglio risulta difficile anche se, a livello audio, in più di un’occasione il doppiaggio rende evidente il lavoro di ammodernamento (motivo in più per vederlo in inglese, infatti attendo con ansia l’uscita almeno in DVD). Nota molto negativa è il gap di sincronia riscontrato nel primo incontro tra Rachael e Deckard alla Tyrell che spero vivamente si sia presentato solo in sala per un problema locale, altrimenti comprometterebbe l’acquisto del supporto ottico.
Il film, evitando di parlare della trama, è quanto di più spettacolare sia mai stato realizzato: dietro la maschera di una produzione hollywoodiana farcita di effetti speciali si cela un’incredibile e profonda analisi sul senso e l’importanza della vita, aspetti dimenticati dall’uomo moderno del racconto che si ritrova ad andare avanti ai margini dell’esistenza così come a quelli della società stessa; in questo futuro una megacorporazione crea androidi praticamente indistinguibili dagli uomini sotto lo slogan “più umani degli esseri umani” e l’ironia di tutto sta nel fatto che a queste creature viene dato un ciclo vitale di 4 anni poiché col tempo iniziano a sviluppare sentimenti, e per la corporazione è un bug inammissibile (è inammissibile, infatti, che un prodotto fatto a somiglianza dell’uomo, un suo simulacro, possa arrivare a comportarsi come dovrebbe fare egli stesso, ed ancora più ironica è la visione di tutto questo in chiave cristiana, dove l’uomo è fatto a immagine e somiglianza del Creatore e grazie al proprio sviluppo tecnologico arriva ad usurpare il lavoro del proprio Signore e a sostituirsi ad esso senza dare alcun tipo di libertà, però, alla propria creazione).
Gli unici personaggi a comprendere il valore dell’esistenza sono proprio Roy Batty, il pericoloso replicante Nexus 6, e conseguentemente Rick Deckard: dopo aver eliminato tutti gli altri androidi fuggiti sulla Terra, il cacciatore si trova a confrontare l’ultima macchina direttamente, ma l’evidente superiorità dell’essere artificiale impaurisce il rodato ufficiale della Blade Runner, ed avvertendo questa paura nell’avversario Roy spinge Deckard in una sadica corsa del gatto col topo; con un macabro e grottesco senso del divertimento l’androide si burla del poliziotto e si gode l’inversione dei ruoli tra cacciatore e preda; solo alla fine di questa pantomima di una caccia spietata, quando ormai Deckard sta per cadere dal tetto di un grattacielo nel vano tentativo di fuggire da Roy, l’androide lo salva e si cimenta nel monologo che come pochi altri ha segnato la storia del cinema:
“Io ne ho viste cose che voi umani non potete immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannoiser… E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia… È tempo di morire.”
Con queste parole libera dalla sua “morsa” Deckard e lo lascia libero così come la colomba che nelle ultime inquadrature teneva stretta a sé; con questo gesto l’androide mette da parte il suo rancore nei confronti dei limiti biologici impostigli dal suo creatore umano ed accetta l’imminente morte, interrompendo l’inutile lotta con il Blade Runner, consapevole ormai del valore di una vita.
Per questo Deckard, non volendo permettere alla polizia di far fuori la donna replicante della quale si è innamorato, la sua cara Rachael, torna all’appartamento per riprenderla e fuggire insieme per poter vivere tutto il tempo che rimane ad entrambi.
Iconograficamente studiato, il film propone degli spunti riflessivi interessanti: per esempio il palazzo della Tyrell, un’immensa costruzione che sovrasta la città intera e sembra ricalcare le scelte architettoniche delle popolazioni del centro e sud america pre-colombiano, con un forte richiamo agli immensi templi dedicati ai sacrifici umani agli dei (ed ancora qui l’ironia delle inversioni di ruolo, perché chi nasce tra queste mura è costretto a morire per volontà dei suoi stessi “Dei”); anche in una delle conversazioni di J.F. Sebastian (ingegnere genetico della Tyrell, autore degli studi sui progetti Nexus) è divertente ed allarmante l’allusione del dottore: guardando Roy, alto, biondo, occhi azzurri e carnagione pallida, e Pris che le siede accanto, opportunamente truccata e coperta da una parrucca bionda, l’ingegnere chiede in maniera molto retorica se “loro facciano parte di una razza superiore”.
Dilungarmi oltre non sarebbe una perdita di tempo, ma ogni film va visto e vissuto in prima persona per poterlo apprezzare realmente: l’unica mia certezza è che, nonostante possa venir visto da persone che non siano in grado di apprezzarne lo spessore psicologico, questo film rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo della nostra era come una delle pietre miliari del cinema, evitando di perdersi come una lacrima nella pioggia.