Conto Fineco GRATIS Per 1 Anno (Ovvero, Consigli Per Il Risparmio)

mercoledì, 19 dicembre 2007 21:46

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Confinato da SHaZer in: vita, lavoro

Un Archeologo A Caccia Di Replicanti (Ovvero, L’Ultimo Taglio Per Chi Corre Sul Filo Del Rasoio)

sabato, 08 dicembre 2007 02:08

Blade Runner: The Final Cut

Sinossi: In un futuro dove una megacorporazione come la Tyrell produce replicanti “più umani degli esseri umani”, cinque loro creazioni sfuggono ai lavori sulle colonie “Extra Mondo” (Off-World) e tentano di trovare rifugio e risposte sulla Terra, dove ad attenderli c’è un’unità speciale della polizia incaricata di uccidere qualsiasi aneroide calpesti il suolo terrestre; ad occuparsi del loro “ritiro” Rick Deckard, il miglior cacciatore dell’unità Blade Runner…

Commento: All’inizio ero indeciso se mettere in questo spazio soltanto dei puntini di sospensione per palesare il fatto che per questo film non c’è bisogno di parole (ma, soprattutto, non basterebbero), oppure un semplice ed evidente “STUPENDO” a caratteri cubitali che non lasciasse adito a critiche di sorta, ma poi ho deciso che valeva la pena far sapere, attraverso una minima analisi della pellicola, cosa ci si può aspettare da questo film e perché bisogna andare a vederlo anche se non si adora il genere cyberpunk.
Eviterò di parlare del cast perché per un film del 1982 non ce ne dovrebbe essere bisogno, mi limiterò a trascriverlo senza troppi collegamenti: Rick Deckard (Harrison Ford), Roy Batty (Rutger Hauer), Rachael (Sean Young), Gaff (Edward James “Cmd Adama” Olmos) e Pris (Daryl Hannah), per gli altri vi rimando ad IMDB.
Per prima cosa, cominciamo con la classificazione: come ho scritto poco più su, questo film fa parte di quel genere della fantascienza chiamato cyberpunk; per quale motivo assegnare un sottogenere ad una categoria ben nota? Perché a dispetto di quello che la gente pensa, la produzione artistica di fantasia non è divisibile in fantasy e fantascienza, poiché per entrambe esistono sfaccettature ed antologie così chiaramente distinguibili da essere ormai riconosciute come categorie a sé stanti; in particolare il cyberpunk è un genere di opera di fantasia dove in un ambientazione futuristica e particolarmente sviluppata dal punto di vista industriale, le persone subiscono una estraniazione da qualsiasi contesto etico, morale e sociale, e si ritrovano a vivere delle “non esistenze” all’interno di società e culture alienanti e claustrofobiche.
In questa ottica, le megalopoli create dall’uomo diventano centri abitati dove, nonostante l’evidente sovrappopolazione, ogni persona è un’isola; si perde in qualche modo il concetto di identità e coscienza e ci si spinge avanti, per le strade dove i veicoli restano bloccati dalla fiumana di persone che gira a piedi per vie e vicoli pieni di individui che sembrano vivere un’esistenza senza scopo concreto, giù negli abissi d’acciaio dei grattacieli di una città del futuro dove anche affacciandoti dalla finestra dell’attico di uno dei palazzi più alti non riesci a vedere l’orizzonte, appannato, nascosto e coperto dalla sempre presente nebbia industriale dei fumi delle fabbriche e di tutti gli altri agenti inquinanti, praticamente in gabbia anche laddove normalmente dovresti sentirti libero e senza confini.
Ma torniamo alla pellicola: il restauro è a dir poco eccezionale; guardando il film si capisce di trovarsi di fronte ad una produzione degli anni 80 solo perché gli effetti speciali non sono quelli che si possono realizzare al giorno d’oggi, perché per il resto la pulizia del negativo è così impressionante da far pensare che il film possa essere stato girato con l’intenzione di proiettarlo in Imax (personalmente mi ha fatto venire una voglia matta di comprare TV FullHD e lettore BluRay solo per poterlo apprezzare con la qualità che le tecnologie audiovisive di oggi ci mettono a disposizione). Sapendo di trovarsi di fronte ad un film dell’82 è impressionante vedere come la fotografia sia “praticamente” libera da rumori e quindi l’occhio possa godere di un’immagine qualitativamente strabiliante. Il rovescio della medaglia di questa ricerca della perfezione visiva è l’evidente risalto degli artifici grafici usati durante la produzione originale del film che risultano evidenti quando si presentano, come in molte scene di inquadratura delle aeromobili della polizia, ma per uno che usa l’emulatore del C64 per godersi vecchi giochi d’infanzia, queste piccole manifestazioni hanno più un effetto di caldo abbraccio nostalgico che di frigido distacco tecno-evolutivo.
La scenografia ed i costumi, molto più della fotografia, meritano una menzione particolare, soprattutto considerando che poche persone possono capire l’importanza delle scelte operate dagli autori per un film di questo genere: mentre ad un occhio inesperto le ambientazioni possono sembrare semplicemente cupe ed alienanti, agli amanti del genere farà piacere poter “sentire” in ogni dettaglio quel poco del genere cyberpunk che tutti si immaginano leggendo questo genere di letteratura; quello che “Johnny Mnemonic” non è stato in grado di riprodurre è stato proprio l’ambiente.
È incredibile come l’uso sapiente di “complementi” ci possa fornire un’idea chiara della futura morale umana: l’architettura riscopre la cultura gotica, ornando i palazzi con doccioni dalle fattezze grottesche quanto i costumi di chi li abita (ed è interessante il richiamo ad un tipo di architettura e cultura che, odiernamente, serve per demonizzare il costume della civiltà moderna e rispecchiare l’oscurità dell’animo umano); ogni complesso, nella sua immensità, risulta essere quasi completamente abbandonato, cadente, marcescente, quasi a rispecchiare la corruzione dell’animo delle persone che vi abitano, ogni palazzo è vittima delle intemperie come l’uomo del futuro lo è della società che lo circonda e che gli piove addosso senza preoccuparsi della sua salvaguardia, interessata a mantenere vivo solo il proprio “organismo” a discapito del singolo individuo che la compone; il tempo atmosferico è costantemente piovoso o comunque imprevedibile, anch’esso addendo di questa equazione della pateticità umana; le strade brulicano di persone che vivono ai margini di un’esistenza misera, sono piene di sporcizia e nessuno se ne preoccupa o resta interdetto da questa presenza. Questi e molti altri piccoli particolari rendono l’atmosfera impareggiabile dal punto di vista cyberpunk.
Il film si mantiene molto simile alla sceneggiatura del precedente “Director’s Cut”, con tanto di finale interrogativo (per non dire palese) sull’umanità di Deckard; il rilevamento degli “innesti” di questa nuovo taglio risulta difficile anche se, a livello audio, in più di un’occasione il doppiaggio rende evidente il lavoro di ammodernamento (motivo in più per vederlo in inglese, infatti attendo con ansia l’uscita almeno in DVD). Nota molto negativa è il gap di sincronia riscontrato nel primo incontro tra Rachael e Deckard alla Tyrell che spero vivamente si sia presentato solo in sala per un problema locale, altrimenti comprometterebbe l’acquisto del supporto ottico.
Il film, evitando di parlare della trama, è quanto di più spettacolare sia mai stato realizzato: dietro la maschera di una produzione hollywoodiana farcita di effetti speciali si cela un’incredibile e profonda analisi sul senso e l’importanza della vita, aspetti dimenticati dall’uomo moderno del racconto che si ritrova ad andare avanti ai margini dell’esistenza così come a quelli della società stessa; in questo futuro una megacorporazione crea androidi praticamente indistinguibili dagli uomini sotto lo slogan “più umani degli esseri umani” e l’ironia di tutto sta nel fatto che a queste creature viene dato un ciclo vitale di 4 anni poiché col tempo iniziano a sviluppare sentimenti, e per la corporazione è un bug inammissibile (è inammissibile, infatti, che un prodotto fatto a somiglianza dell’uomo, un suo simulacro, possa arrivare a comportarsi come dovrebbe fare egli stesso, ed ancora più ironica è la visione di tutto questo in chiave cristiana, dove l’uomo è fatto a immagine e somiglianza del Creatore e grazie al proprio sviluppo tecnologico arriva ad usurpare il lavoro del proprio Signore e a sostituirsi ad esso senza dare alcun tipo di libertà, però, alla propria creazione).
Gli unici personaggi a comprendere il valore dell’esistenza sono proprio Roy Batty, il pericoloso replicante Nexus 6, e conseguentemente Rick Deckard: dopo aver eliminato tutti gli altri androidi fuggiti sulla Terra, il cacciatore si trova a confrontare l’ultima macchina direttamente, ma l’evidente superiorità dell’essere artificiale impaurisce il rodato ufficiale della Blade Runner, ed avvertendo questa paura nell’avversario Roy spinge Deckard in una sadica corsa del gatto col topo; con un macabro e grottesco senso del divertimento l’androide si burla del poliziotto e si gode l’inversione dei ruoli tra cacciatore e preda; solo alla fine di questa pantomima di una caccia spietata, quando ormai Deckard sta per cadere dal tetto di un grattacielo nel vano tentativo di fuggire da Roy, l’androide lo salva e si cimenta nel monologo che come pochi altri ha segnato la storia del cinema:

“Io ne ho viste cose che voi umani non potete immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione… E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannoiser… E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia… È tempo di morire.”

Con queste parole libera dalla sua “morsa” Deckard e lo lascia libero così come la colomba che nelle ultime inquadrature teneva stretta a sé; con questo gesto l’androide mette da parte il suo rancore nei confronti dei limiti biologici impostigli dal suo creatore umano ed accetta l’imminente morte, interrompendo l’inutile lotta con il Blade Runner, consapevole ormai del valore di una vita.
Per questo Deckard, non volendo permettere alla polizia di far fuori la donna replicante della quale si è innamorato, la sua cara Rachael, torna all’appartamento per riprenderla e fuggire insieme per poter vivere tutto il tempo che rimane ad entrambi.
Iconograficamente studiato, il film propone degli spunti riflessivi interessanti: per esempio il palazzo della Tyrell, un’immensa costruzione che sovrasta la città intera e sembra ricalcare le scelte architettoniche delle popolazioni del centro e sud america pre-colombiano, con un forte richiamo agli immensi templi dedicati ai sacrifici umani agli dei (ed ancora qui l’ironia delle inversioni di ruolo, perché chi nasce tra queste mura è costretto a morire per volontà dei suoi stessi “Dei”); anche in una delle conversazioni di J.F. Sebastian (ingegnere genetico della Tyrell, autore degli studi sui progetti Nexus) è divertente ed allarmante l’allusione del dottore: guardando Roy, alto, biondo, occhi azzurri e carnagione pallida, e Pris che le siede accanto, opportunamente truccata e coperta da una parrucca bionda, l’ingegnere chiede in maniera molto retorica se “loro facciano parte di una razza superiore”.
Dilungarmi oltre non sarebbe una perdita di tempo, ma ogni film va visto e vissuto in prima persona per poterlo apprezzare realmente: l’unica mia certezza è che, nonostante possa venir visto da persone che non siano in grado di apprezzarne lo spessore psicologico, questo film rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo della nostra era come una delle pietre miliari del cinema, evitando di perdersi come una lacrima nella pioggia.

Confinato da SHaZer in: cinema, vita, letteratura

C'è Qualcosa… (Ovvero, Un Pensiero Prima Di Dormire)

martedì, 04 dicembre 2007 01:17

[Romantic Mode]

C’è qualcosa di buono nel muoversi a piedi per la città, nel mischiarsi con la folla.
C’è qualcosa di buono nel riflesso sui ciottoli bagnati della luce ambrata dei lampioni di Roma.
C’è qualcosa di buono nell’accompagnare i propri passi con la musica che si adora.
C’è qualcosa di buono nella fresca aria delle sere d’inverno che ti accompagna nel rientro a casa.
Ma soprattutto c’è qualcosa di buono nel vedere sbocciare un sorriso autentico e solare, in risposta al tuo saluto, sul viso di quella solita sconosciuta che ogni giorno ed ogni sera incontri andando verso ed andando via dal lavoro; c’è di buono che ti rincuora e ti riscalda, ti toglie da dosso il peso delle disavventure quotidiane, dei problemi giornalieri, delle solite incertezze, e ti spinge a sperare di incontrarla anche domani, per salutarla di nuovo e per vedere ancora una volta il suo sorriso.


[Cursed Mode]

C’è qualcosa di buono nel muoversi a piedi per la città, nel mischiarsi con la folla.
C’è qualcosa di buono nel riflesso sui ciottoli bagnati della luce ambrata dei lampioni di Roma.
C’è qualcosa di buono nell’accompagnare i propri passi con la musica che si adora.
C’è qualcosa di buono nella fresca aria delle sere d’inverno che ti accompagna nel rientro a casa.
C’è qualcosa di buono nel vedere sbocciare un sorriso autentico e solare, in risposta al tuo saluto, sul viso di quella solita sconosciuta che ogni giorno ed ogni sera incontri andando verso ed andando via dal lavoro.
Ma se poi sull’autobus ti trovi accanto un vecchio chiaramente squilibrato che tiene in bocca una sigaretta puzzolente miseramente spenta a metà della sua esistenza, per quanto buono possa essere tutto il resto le palle ti tornano a girare di nuovo.

 

[C&C Mode]

Non c’è un cazzo di bello in niente: devo andare a piedi perché lavoro al centro, fare a botte coi turisti che riempiono le strade, stare attento a non scivolare sui sampietrini, gelarmi dal freddo ad ogni sferzata del vento, rosicare di non trovare il coraggio di provarci con la tizia del ristorante vicino al negozio e soffrire del dono dell’olfatto grazie all’afrore tipico dell’autobus pieno.

Confinato da SHaZer in: vita, comicitĂ 

Domani Si Comincia

lunedì, 26 novembre 2007 01:52

“Domani si comincia” erano state le ultime vere parole che quel Vecchio aveva rivolto ad Hartam prima di iniziare l’addestramento. Per anni entrambi non parlarono d’altro oltre ciò che riguardasse l’allenamento del Giustiziere, in parte perché il Vecchio maestro sapeva che non c’era nulla d’importante di cui discutere, conoscendo egli il “futuro” grazie a quel cerchietto che avrebbe dovuto dare in dono al cavaliere, in parte perché Hartam aveva cominciato a perdere la voglia di comunicare con chiunque: tutte le persone alle quali si era affezionato erano scomparse, alcune lontane oltre i limiti dei piani, altre distanti oltre i confini dell’esistenza; col passare del tempo aveva cominciato a convincersi che fosse lui stesso a trascinare le persone che gli erano accanto verso il baratro della distruzione e per evitare di spingere anche il Vecchio in quell’abisso aveva deciso di tenersi distante.
Il rapporto che il Giustiziere aveva col Vecchio era quello che intercorre tra allievo e maestro e sotto la sua guida saggia ed illuminata Hartam aveva sviluppato capacità che non credeva di avere: era in grado di guarire le ferite meno gravi con la sola imposizione delle mani, poteva invocare il potere della luce e del sole, riusciva ad allontanare i non morti, ed aveva appreso alcuni trucchi del mestiere più antico del mondo, l’impiego più diffuso tra i vicoli di ogni città di ogni regno, le astuzie di un ladro.
“Domani si comincia” erano state le ultime vere parole che quel Vecchio aveva rivolto ad Hartam prima di conquistare la fiducia dell’allievo: il loro incontro era stato dei peggiori, soprattutto perché il cavaliere aveva perso tutto ciò che aveva con sé nel viaggio che l’aveva condotto senza forze e in fin di vita fino alla capanna di questo sconosciuto; era stato accolto, curato e istruito sul suo futuro da uno sconosciuto, e questo il Giustiziere non riusciva a comprenderlo né tanto meno voleva accettare la strana affermazione del vecchio secondo la quale il cavaliere si trovava lì perché doveva compiere il suo Destino. Anche se Hartam credeva nella possibilità che tutto fosse stato già deciso, non voleva arrendersi a quella claustrofobica visione della vita, intrappolata in una gabbia di eventi ignoti dai quali non si poteva fuggire e contro i quali si finiva inesorabilmente per andare cozzare; soprattutto non riusciva ad accettare il fatto che un uomo come il Vecchio che aveva di fronte potesse conoscere già “tutto”.
 

Erano passati circa dodici anni da quando Hartam era entrato per la prima volta in quella capanna: la donna che voleva proteggere era morta, il suo fedele destriero l’aveva protetto a costo della propria vita, le sue armi erano state distrutte dall’uomo che l’aveva portato lontano dal mondo in cui viveva e dove i suoi amici avevano combattuto una guerra che sarebbe rimasta nelle cronache di Grisaglia.
Non poteva fare a meno di pensare a tutte le persone che aveva perso, mentre teneva in mano quella torcia, una fiamma rossa e viva, quasi fosse una creatura, ne consumava lentamente un’estremità. Nel chiarore tiepido di quel bagliore Hartam guardava di fronte a sé la pira che aveva eretto e porgeva un silenzioso omaggio all’ospite di quel letto funebre.
 

«Esistono legami incredibilmente forti.» Gli aveva detto un giorno il Vecchio, vedendolo assorto ed anticipando la domanda che Hartam stava per fargli, «Ma per quanto possano essere resistenti, tutti posso essere spezzati…»
«Così non mi aiuti Vecchio: non fai altro che cancellare ogni mia speranza.» gli aveva risposto il Giustiziere, offeso dalla facilità con la quale quell’uomo riuscisse ad anticipare i suoi pensieri, «Ormai non mi resta altro oltre ai miei ricordi ed ai sogni, e questi ultimi cerchi costantemente di distruggermeli.»
«…La nostra fortuna è che, a volte, alcuni di questi legami trascendono i vincoli della semplice esistenza terrena, sfidano ed annullano i vincoli del tempo.»
«Cosa intendi?» gli chiese il cavaliere, incuriosito dalle parole del maestro.
«Ci sono vincoli che non possono essere sciolti: una volta spezzati, questi legami hanno bisogno di tempo per ricostituirsi e ripresentarsi in altre forme: cambia la sostanza, ma l’essenza è la stessa; a volte in una vita riusciamo a restaurarli in numerose occasioni, altre volte non ci basta una vita per vederli rigenerarsi.»
«Vuol dire che…» si interruppe Hartam, senza riuscire a completare la frase.
«Vuol soltanto dire che, quando siamo pronti per ricostruire un legame, esso si consoliderà.»
 

Anche se una leggera pioggia accompagnava quel saluto, niente avrebbe potuto impedire alla pira di bruciare quando sarebbe arrivato il momento; Muto, Hartam ringraziava quell’uomo che l’aveva accompagnato nel viaggio verso la scoperta di sé e l’aveva preparato per la sua futura missione, mentre le gocce timide cadevano sulle due spade piantate nel terreno. Il giorno prima il Vecchio aveva chiesto al cavaliere se si sentisse pronto per affrontare il suo Destino, e quando gli aveva risposto affermativamente gli aveva mostrato le due lame: «Senza di queste dove andresti?» lo aveva incalzato il maestro, «Nessun cavaliere combatte a mani nude.»
«Grazie…»
«Non ringraziarmi: RubaVita ed OscuroFlagello ti attendevano da tempo.»
Guardando le due vecchie spade, Hartam non riuscì a capire se il Vecchio lo stesse prendendo in giro o se nascondesse qualcosa; l’unica cosa di cui era convinto è che nessuna delle due armi assomigliava neanche vagamente alle sue precedenti compagne: «Io non capisco, maestro.» cercò di ragionare il Giustiziere, «Queste sono le spade con le quali ci siamo allenati, e sono certo che non siano le stesse che avevo con me prima di incontrarvi.»
«Non è il metallo, la foggia o la forma a fare delle armi ciò che sono: è la mano di colui che l’impugna a renderle speciali: prendile e cerca di ricordare come impugnavi OscuroFlagello e RubaVita.»
Prendendo le armi e brandendole, scettico, Hartam si stava convincendo che il Vecchio lo stesse prendendo in giro, e vedendolo, il maestro lo incalzò: «Diamine, ragazzo: cerca di credere in te e vedrai che le tue armi non ti hanno mai abbandonato.».
Concentrandosi, il cavaliere sentì l’else delle spade scaldarsi e vide come quella coppia di armi vecchie e provate mutasse, acquistando nuovo splendore ed un filo tagliente e pericoloso come quello della falce della Signora Nera; sentì consolidarsi qualcosa dentro di sé, ed ebbe come l’impressione di aver riacquistato una parte del suo essere che aveva perso.
Un legame si era consolidato.
 

Era ora di dare al Vecchio il meritato riposo, ed alzando la torcia sopra la testa Hartam disse una preghiera. La fiamma si rifletteva sul cerchietto che ora cingeva la fronte del cavaliere e poco dopo scomparve, sostituita da quella più imponente della pira che lentamente bruciava ed accoglieva nelll’ultimo abbraccio il corpo del Vecchio.
 

«Adesso è ora.» aveva detto il vecchio, sdraiandosi, «Ti faccio dono di questo cerchietto, simbolo della missione che ti aspetta.». Hartam non sapeva cosa dire, e l’uomo se ne accorse, per questo cercò di aiutarlo: «Ho aspettato a lungo questo momento, e sono contento di passare a te questo dono. Me ne andrò, morirò, ma so che non potevo affidare questo artefatto in mani migliori: ti era destinato ed è stato un onore portarlo per te.»
«Non mi dispiace lasciarti qui, maestro: sento che il nostro legame è forte, ed attenderò con ansia di essere pronto a ricostruirlo; è stato un onore conoscervi.».
Il Vecchio, visibilmente commosso, confermò le parole di Hartam con un cenno della testa e con un calmo sorriso.
 

Mentre alle sue spalle la pira continuava a bruciare, Hartam scorse un animale corrergli incontro, una bestia di rara bellezza dal manto di un bianco candido e puro come le nevi del Nord; giunti l’uno di fronte all’altro, il destriero si fermò in attesa di una mossa da parte dell’uomo: accarezzandone il muso ed il collo muscoloso, Hartam si avvicinò al fianco della splendida cavalcatura e sentì rinascere dentro di sé una sensazione da tempo perduta; saltando in groppa a quella bestia crebbe nel cavaliere la convinzione che la missione che l’aspettava era di enorme importanza, e ripensando alle ultime parole del Vecchio si rese conto che era giunto il momento…
 

«Prendi il tuo cerchietto e poi vai a riposarti: domani si comincia…»

Confinato da SHaZer in: dungeons and dragons, hartam

Polvere Di Stelle (Ovvero, Quando Desiderare Vuol Dire Cercare La Propria Stella)

mercoledì, 24 ottobre 2007 11:58
“Stardust”
 
Sinossi: Tristan è un ragazzo che farebbe di tutto per la donna che ama, ed è per questo che per conquistare il cuore dell’esigente Victoria decide di riportarle indietro una stella cadente che hanno visto scivolare giù dal firmamento insieme, ma oltre il muro del villaggio di Wall c’è ben più di un campo: c’è un mondo incantato col quale Tristan dovrà fare i conti per mantenere fede alla promessa fatta alla sua amata…
 
Commento: Non mi voglio soffermare sulle differenze tra il film ed il libro, semplicemente perché sono un accanito sostenitore delle trasposizioni su schermo, questo perché ho sempre visto entrambi come due media completamente diversi, diretti a due utenze differenti e con meccaniche profondamente diverse, e quando un bel racconto di un autore trova la sua giusta affermazione in un film altrettanto valido, l’unico motivo per lamentarsi è la sterilità delle proprie emozioni.
Tolte alcune pecche cinematografiche nel montaggio e negli effetti visivi, assolutamente inaccettabili in questi tempi di ipertecnologia alla portata di tutti, comunque difficili da notare a meno di non essere “maniaci”, la pellicola merita davvero una visione (anche se nella versione italiana abbiamo “perso” la presenza di Ian McKellen nella parte del Narratore).
La fotografia è molto ben curata ma a fare davvero la differenza è la sceneggiatura: le locations scelte ed i set ricreati per tenere fede alle scelte degli sceneggiatori sono fiabeschi in ogni aspetto e coinvolgenti. Il cast vede tra i propri elementi personaggi di grosso calibro come il già citato Ian McKellen (X-Men, LOTR, Il Codice Da Vinci), Peter O’Toole (Troy, L’Ultimo Imperatore), Rupert Everett (Sogno di una di Mezza Estate, Shakespeare in Love, Insieme per Caso), Robert De Niro (Taxi Driver, Il Cacciatore, Ronin) e Michelle Pfeiffer (Ladyhawke, Dangerous Minds, Batman Returns) e tutti, tranne la bellissima “ladyfalco”, hanno una parte marginale nel film, quasi una semplice comparsa (Ok, De Niro resta un po’ di più, ma davvero fa un’apparizione e scompare, manco fossimo a Fatima); personalmente approvo questa scelta per il semplice fatto che dare spazio a nuovi attori è proprio quello che è necessario nel cinema, ma senza dimenticare i grandi volti.
I protagonisti sono due attori relativamente sconosciuti: Charlie Cox, che a parte un ruolo ne “Il Mercante di Venezia” non si è molto esposto nel panorama cinematografico, e Claire Danes (Terminator 3, Romeo + Juliet) che a sentire imdb ha avuto vari ruoli, ma oltre alle due partecipazioni citate da me, non mi pare di averla vista molto sul grande schermo; tutto questo non pesa assolutamente nel film perché la recitazione dei due è davvero valida ed i volti ancora “giovani e luminosi” coinvolgono nella trama romantica e non stonano nella parte drammatica e d’azione (e per dirvelo uno che, a detta degli altri, non crede nel romanticismo, dovete crederci).
È un film per coppie e per famiglie, questo è il pubblico al quale il regista e gli sceneggiatori si sono rivolti in principio, ma non per questo limitato a loro: vi assicuro che è un film da vedere assolutamente, irrinunciabile per chi abbia ancora un cuore da sentir battere e scaldare.
Una fiaba moderna.
 
 
“Rule The World”
Take That
 
You light the skies, up above me
A star, so bright, you blind me, yeah
Don’t close your eyes
Don’t fade away, don’t fade away

Oooooh

Yeah you and me we can ride on a star
If you stay with me girl
We can rule the world
Yeah you and me we can light up the sky
If you stay by my side
We can rule the world

If walls break down, I will comfort you
If angels cry, oh I’ll be there for you
You've saved my soul
Don’t leave me now, don’t leave me now

Oooooh

Yeah you and me we can ride on a star
If you stay with me girl
We can rule the world
Yeah you and me, we can light up the sky
If you stay by my side
We can rule the world

Oooooh
 
All the stars are coming out tonight
They're lighting up the sky tonight
For you, for you
All the stars are coming out tonight
They’re lighting up the sky tonight
For you, for you

Ooooooooh

Yeah you and me we can ride on a star
If you stay with me girl
We can rule the world
Yeah you and me, we can light up the sky
If you stay by my side
We can rule the world

All the stars are coming out tonight (oooooooh)
They’re lighting up the sky tonight
For you, for you
All the stars are coming out tonight
They're lighting up the sky tonight
For you,for you

All the stars, are coming out tonight
They're lighting up the sky tonight
For you, for you
All the stars, are coming out tonight
They're lighting up the sky tonight
For you,for you
 
PS: lo so che vorreste più post divertenti, ma in questo momento non me la sento proprio di scrivere, spero però di poter tornare presto a pazzeggiare per bene su questo blog.
Confinato da SHaZer in: cinema, vita